di Canio Trione

Siamo alle solite: dall’Università di  Torino emergono tesi chiarissime sui neoborbonici che si possono sintetizzare –un po’ grossolanamente- dicendo che secondo loro la Unità di Italia è stata fatta e quindi ce la teniamo, ma potevano essere fatte delle cose migliori. I Borbone non è detto che avrebbero fatto meglio di quanto non sia stato fatto dallo stato unitario nel quale –non lo si deve dimenticare- hanno governato anche meridionali come Francesco Saverio Nitti che quindi hanno accettato questo stato di cose tanto da condividere e forgiarne i destini.

Queste le tesi in estrema e semplificatrice sintesi; ma, diciamo noi, come mai all’Università di Torino ci si dimentica di un tale che si chiamava Francesco Crispi, o Di Rudinì,… o addirittura di un certo Beneduce … tutti meridionali che hanno partecipato alla gestione dello stato unitario da posizioni di estremo rilievo. E che dire di Aldo Moro o Giuseppe di Vittorio o Pinuccio Tatarella il lungimirante padre dell’attuale centrodestra? Quindi vi sono delle dimenticanze significative…

La verità è un’altra: la ubriacatura nazionalista ha convinto gli italiani (e quindi anche quelli del sud) della ineluttabilità della via nazionale alla

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di Alfio Mastropaolo

Gian Luca Fruci e Carmine Pinto nell’articolo pubblicato su queste pagine hanno ribadito gli argomenti dei tanti autorevoli studiosi, tra cui loro, che hanno stigmatizzato le recriminazioni neoborboniche che da tempo fioriscono a Mezzogiorno, culminate in un voto quasi unanime del Consiglio regionale pugliese per l’istituzione di un giorno della memoria dedicato alle vittime meridionali del processo di unificazione. Sono impeccabili tanto il ragionamento di Fruci e Pinto quanto quello condotto dall’appello. Ma qualche considerazione aggiuntiva non è forse fuori luogo. Il neoborbonismo non corrisponde a una vacua mistificazione nostalgica. È strumento di un’insidiosa manovra politica, volta a sfruttare l’odierno disagio della società meridionale.

La prima considerazione riguarda il vittimismo meridionale che ciclicamente riaffiora. I piemontesi non furono generosi coi quadri dell’esercito borbonico, né risparmiarono violenze alle popolazioni civili che rifiutarono di accoglierli, e anzi si sollevarono. Sia ben chiaro tuttavia, pure a chi è andato a chiedere perdono per i morti (quanti non è definitivamente accertato) di Casalduni e Pontelandolfo, che da ambo le parti la guerra del brigantaggio fu condotta con terribile ferocia.

Capita di rado che i vincitori si mostrino generosi. Solitamente si accaniscono sui vinti: basta ricordare i comportamenti degli italiani in occasione delle loro sciagurate e sanguinarie intraprese coloniali. I piemontesi seguirono quello schema. Ma non furono generosi neppure con chi aveva vinto davvero, cioè l’esercito garibaldino e lo stesso Garibaldi. La loro prima preoccupazione fu neutralizzare le energie democratiche da essi rappresentate e accordarsi con la classe dirigente meridionale, devota fino al giorno innanzi alla monarchia borbonica. È la storia raccontata da De Roberto e Tomasi di Lampedusa. Che ruolo avrebbero potuto giocare le energie democratiche allora represse? L’interrogativo non ha risposta. Ma quella mossa politica fu forse premessa di molte altre mosse con cui da allora si è fabbricato e mantenuto lo Stato nel Mezzogiorno.

Non dobbiamo sopravvalutare lo Stato. Lo Stato è un marchingegno di potere ben addobbato. Non spregiamo gli addobbi, gli assunti normativi consacrati nei testi costituzionali. Ma lo Stato e la sua legittimazione sono fatti pure dalle sue pratiche di governo. Orbene: i piemontesi fecero lo Stato nel Mezzogiorno e la sua legittimazione, alienandosi le forze democratiche e consegnando gran parte del governo dei ceti popolari alla mediazione delle classi dirigenti preesistenti. Confermata nei decenni successivi, fu l’alternativa low cost a investimenti ben più dispendiosi in burocrazia, istruzione pubblica, reti di comunicazioni: tutte cose che nel Mezzogiorno lo Stato nazionale ha sì portato, ma in forma depotenziata e mai all’altezza delle necessità. Così come si è fatto Stato tollerando (è un eufemismo) la presenza sul territorio di poteri militari autonomi quali la mafia e la camorra. Il libro di Franco Benigno (La mala setta: alle origini di mafia e camorra, 1859-1878, Einaudi, 2015) mostra bene l’entità di codesta tolleranza.

Sarebbe stato più fausto il destino del Mezzogiorno senza l’unificazione, come i vittimisti pretendono? Sarebbe stato più spedito il cammino del Mezzogiorno se avesse seguitato a governarlo la monarchia borbonica? Nulla consente di supporlo. Il divario tra Nord e Sud, fattosi evidente dalla fine del XIX secolo, circoscritto peraltro a un’area – il cosiddetto triangolo – piena di buchi, è avvenuto, ben più che a spese del Sud, per circostanze esterne favorevoli che le società locali hanno saputo sfruttare. In Europa lo sviluppo, almeno fino a tempi recentissimi, si è esteso prevalentemente per contiguità, perché le comunicazioni erano agevoli, o per la presenza di materie prime. Il Mezzogiorno è lontano e lunga era la strada da fare. Non c’è da prendersela né con l’oppressione settentrionale, né con l’ignavia meridionale: si può accusare semmai lo Stato nazionale di non aver attrezzato adeguatamente il Mezzogiorno di apparati amministrativi e infrastrutture in grado di ridurre la distanza e di non aver saputo sorreggere i non secondari tentativi d’innovazione, in agricoltura ma anche nell’industria, che purtuttavia si compivano da quelle parti. Salvo che un’avvertenza s’impone, definitivamente preclusiva d’ogni vittimismo: quando si parla di Stato nazionale, almeno dal 1876 in poi, non ha più senso parlare di Stato piemontese. Le classi dirigenti meridionali saranno da quel momento appieno integrate nello Stato, con responsabilità di rilievo, così come con lo scorrere dei decenni parte cospicua della classe media meridionale sarà integrata nelle amministrazioni pubbliche.

Il Mezzogiorno è stato vittima semmai dell’intreccio tra classi dirigenti meridionali e settentrionali. Che poteva andar bene ed è andato male. La realtà è comunque ambivalente. La società meridionale è articolata e lo Stato nazionale non occasionalmente ha mostrato attenzione per le sorti del Mezzogiorno, consentendogli di compiere progressi che non hanno colmato le disuguaglianze, ma hanno pur sempre conseguito effetti significativi. Spicca la figura del lucano Francesco Saverio Nitti, capostipite di una generazione di «servitori dello Stato», per lo più meridionali, che moltissimo hanno fatto per il Paese (dopo la crisi del ’29 e al tempo della Ricostruzione) e per il progresso del Mezzogiorno. A loro si deve l’invenzione, nel secondo dopoguerra, dell’intervento straordinario e della Cassa per il Mezzogiorno: due esperienze di successo a lungo andare decadute in ragione delle pessime pratiche di governo delle classi dirigenti locali, avallate però dalle classi dirigenti, politiche e non politiche, nazionali. Quale policy del resto corrisponde mai appieno al suo progetto?

Il Mezzogiorno è stato a lungo un decisivo serbatoio elettorale e come tale è stato trattato. Non però dai settentrionali, ma dall’intera classe politica nazionale. Sarà stato per ragioni politiche, per la Guerra fredda. Ma, ad esempio, quell’altra formidabile energia positiva, manifestatasi all’indomani della Seconda guerra mondiale, costituita dalle lotte per la terra, andò dissipata con una riforma agraria malfatta e promuovendo il grande esodo verso Nord. Così come nei mortai della più squallida alchimia politica nazionale si pestano le energie positive che la società meridionale va tuttora producendo: valga per tutti l’esodo delle giovani generazioni più scolarizzate.

Ciò detto, va ancora precisato che il neoborbonismo non corrisponde unicamente a un’infondata lamentazione sui torti che il Sud avrebbe subito dal Nord. Fruci e Pinto evocano il successo del leghismo. L’accenno merita di essere approfondito e enfatizzato. Perché il leghismo ha avuto seguito ben oltre i confini della Lega. Che è stata in senso pieno egemonica, forse perché ha profittato di altri due fenomeni emersi in contemporanea: il pregiudizio antistatalista proprio dell’ortodossia neoliberale e le difficoltà, reali, del sistema industriale nelle regioni del Nord. Qualche volte è capitato d’incontrare dirigenti del Pds/Pd che a parlare del Sud scuotevano la testa sconfortati? Chi rammenta l’idea di costituire a sinistra una federazione di partiti regionali e chi prescriveva una federazione delle regioni del Nord? Il capolavoro della Lega è stata la sgangherata riforma del Titolo V della Costituzione, approvata a maggioranza dal centrosinistra per disinnescare il leghismo, col voto contrario della Lega, ma secondo un testo già concordato dal centrodestra. E che dire dei sindaci Pd che si apprestano a votare sì al referendum autonomista di Maroni? E degli intellettuali che hanno salutato la fine dell’intervento straordinario sostenendo che il Mezzogiorno andava affamato di risorse pubbliche perché imparasse a cavarsela con le sue forze? Quanti dati statistici ci è alfine toccato sorbirci che proverebbero i benefici parassitariamente scroccati dal Sud al Nord?

Alla disattivazione dell’intervento straordinario e, ancor di più, alla revoca dell’impegno della collettività nazionale a colmare le disuguaglianze tra Nord e Mezzogiorno hanno concorso unanimi tutte le forze politiche. Le radici del neoborbonismo stanno qui. Non in un’oppressione secolare, ma nell’abbandono, simbolico e politico, che si protrae da un quarto di secolo: nelle percentuali di disoccupazione, giovanile e non, nel divario dei redditi, nello stato delle strade e delle reti ferroviarie, e via di seguito. Stanno nella mediocrità delle classi dirigenti locali, che i meridionali hanno sì il torto di eleggere, ma che senza l’avallo delle classi dirigenti nazionali affogherebbero: lo squallido mercato condotto per le prossime regionali siciliane offre motivi di riflessione.

Nessuno, in più, ha al momento un progetto per il futuro del Mezzogiorno. E siccome in politica i vuoti si riempiono, le sirene grilline cantano la funebre nenia neoborbonica, gli sciocchi fanno eco e gli elettori rischiano di cascarci. L’avvenire del Sud si prospetta tristissimo. Da sole le sue forze più innovative non ce la fanno e nessuno le aiuta come servirebbe: anzi, si dà loro addosso. In compenso il Nord non intende quanto oscuro è pure il suo avvenire – non è che il Sud dell’Europa! – e che solo insieme il Paese ha qualche chance di salvarsi. Ci sarebbe da sperare, visto che la politica tace, che gli ambienti intellettuali trovassero lo slancio per reagire propositivamente. Qualche pietra nello stagno è stata buttata. Si pensi ai recenti contributi di Triglia e di Viestii. Ma l’impressione di questa fine estate infuocata – infuocata, ma guarda, specie a Mezzogiorno! – è che le pietre nello stagno affondino senza pietà.

da:La Rivista del Mulino (8 settembre 2017)

 

“Non è che quando si stava peggio si stava meglio?”

di Canio Trione

È molto interessante scoprire che sedicenti illustri professori -silenti ed apparentemente assopiti da anni- si sono, all’unisono, risvegliati per fermare una iniziativa culturale relativa a fatti di centocinquantanni fa! Le stesse persone che non hanno fatto una piega sulla necessità di ricordare altri terribili fatti geograficamente molto più lontani, si ricordano di scomodare altri ancor più oscuri “studiosi” (è loro uso sostenere le proprie tesi non in forza di argomenti ma citando altri che nessuno ha mai sentito e quindi nessuno contesta) per dimostrare che è inopportuno dire quello che accadde nel Mezzogiorno in seguito alla unificazione nazionale. Questi improbabili “docenti” di ancor più improbabili cattedre universitarie escono dall’oblio e cercano un quarto d’ora di gloria sui giornaletti locali.

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di Michele Ladisa

E va bene che ad alcuni cattedratici baresi la Giornata della memoria delle vittime del Risorgimento istituita dal Consiglio regionale pugliese,  poteva risultare  una pillola amarissima e indigesta, ma che avrebbe stanato personaggi  accreditati di meridionalismo almeno culturale, questa sì, è stata una sorpresa.

Cosa potrebbe produrre  una giornata di commemorazione in chiave di legittima revisione storica in questa italia di menzogne e occultamenti senza fine ?

Di cosa realmente si ha paura se non di difendere gli status quo dei privilegi, dei prestigi  e delle ambizioni personali ?

Raffaele Nigro che della dura lotta antipiemontese condotta dai cosiddetti briganti delle Due Sicilie ha scritto una valanga di pagine, è oggi il capofila della “paura” per i possibili sconvolgimenti che causerebbe la verità storica risorgimentale.

Raffaele Nigro autore di svariate pubblicazioni sul brigantaggio

In un suo recente articolo Nigro si è dato un gran da fare tentando di motivare la propria posizione in chiave “anti”.  Non c’è frase, infatti, dalla quale non emerga lo stridore classico di chi pretende d’arrampicarsi sugli specchi.

Il Nostro trova assurda l’iniziativa in quanto si dovrebbero forse commemorare anche “i romani sconquassati dai barbari, i longobardi sventrati dai franchi, gli eccidi degli angioini sugli svevi, e gli eccidi spagnoli dei francesi” e via cantando ? Però non ha nulla da eccepire sulle giornate commemorative istituite dallo Stato Italiano, la prima quella del 27 gennaio in memoria delle vittime della shoa o a quella del 10 febbraio a ricordo delle vittime delle foibe o a quella del 4 novembre dedicata  ai caduti “italiani” di tutte le guerre.

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di Lino Patruno

Non se ne deve parlare. Lo chiede una petizione firmata da una docente dell’università di Bari dopo la mozione del M5S per l’istituzione in Puglia, il 13 febbraio, della Giornata della Memoria per le vittime meridionali del processo di Unità d’Italia. La petizione on line si attende tre decisioni dal governatore Emiliano. Uno, bloccare l’iniziativa. Due, non finanziare alcuna  pubblica celebrazione. Tre, non coinvolgere le scuole in alcun modo. Essendo una petizione, non è un ordine. Petizione di privati cittadini dopo che la mozione in consiglio regionale (a nome di tutti i cittadini) è stata approvata da tutti tranne quattro. E condivisa dallo stesso Emiliano.

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di Floriana Ciccaglioni

Ieri, martedì 11 Luglio alle ore 20:00 circa Soverato si è vestita di blu. Il blu della bandiera che sventola su piazza Nettuno e decreta la città centro turistico di prim’ordine. Il blu del mare che accarezza la spiaggia. Il blu del cielo che abbraccia i tantissimi accorsi. Il motivo dei festeggiamenti è l’inaugurazione del nuovo lungomare. La perla dello Jonio si fregia di una struttura bellissima. Ampia e piena di verde, fatta di spazi semplici ed essenziali, dove le linee curve si avvicinano fino quasi a toccarsi, per poi finire lontane fino quasi a non vedersi più.

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di Lino Patruno

Ma l’Ilva non c’entra nulla col cinema. E dai nuovi proprietari non ci si aspettava un Michael Douglas che nei panni del finanziere Gekko Gordon spezza le gambe alle aziende che acquista. L’Ilva non può essere il film «Wall Street». E non convince nessuno l’assicurazione che la annunciata brutale riduzione a metà del numero dei lavoratori è necessaria per riassumerli dopo con un aumento della produzione. Mentre fino ad allora sarebbero adibiti a una bonifica oggetto misterioso. Alle favole si crede da bambini. Questo chiamiamolo col nome giusto: massacro. E se doveva andare così, tanto valeva cedere all’allegra follia di chi sognava di chiudere la fabbrica.

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la novità editoriale e teatrale di Umberto Rey


*Di Michele Ladisa

Un padre dell’italica patria , Liborio Romano,  dimenticato da tutti, scartato anche dai conquistatori savoiardi, viene rispolverato da Umberto Rey per cercare di aprire (o scatenare) un nuovo dibattito su questa figura controversa del Risorgimento.

L’Umberto nostrano si è dato un gran da fare mettendo sul campo una novità editoriale e teatrale con qualche possibilità che possa diventare anche cinematografica.

La rappresentazione teatrale, dotata di pochi mezzi,  è senza dubbio una coraggiosa opera, con qualche buona idea scenica, accettabili interpretazioni dei personaggi, poco briosi i dialoghi, lamentoso o piagnucoloso quello di Don Liborio.

In primo piano non emerge l’uomo o il politico Don Liborio ma  la sua “coscienza”.

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di Lino Patruno

<Addò da scì?>, dove devi andare? Ha ragione Sergio Rubini a dire che questa non è solo un’espressione tipica barese,

ma molto di più e molto peggio. E’ una iniezione letale per scoraggiare chiunque si dia da fare. Per dire lascia perdere tanto non serve. Per condannare il Sud alla morte civile. Anzi al suicidio civile, perché a tentare di farlo morire provvedono da tempo tutte le politiche governative a suo danno. Così <addò da scì?> c’è chi lo ha detto a quanti si sono prodigati perché l’ormai mitico G7 della finanza occidentale a Bari andasse bene. Perché ci si può montare la testa se si dice che è stato un successo.

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Il resoconto di uno straordinario successo. Premiate anche aziende e personalità

del mondo meridionalista e duosicilianista.


di Michele Ladisa

Straordinario successo alla 723° Fiera di San Giorgio di Gravina in Puglia, lo scorso 22 aprile 2017.
Il Riconoscimento, riservato alle aziende con sedi legali nel sud Italia, che si contraddistinguono per tradizione e/o innovazione, creatività, capacità produttive e occupazionali, ma anche alle risorse umane, originarie del Territorio meridionale nei settori artistici, culturali, storici, scientifici e dell’informazione indipendente.
In questa prima edizione, che ha l’ambizione di diventare un appuntamento annuale, collegato con la Fiera più antica d’Italia e d’Europa, sono state premiate 30 realtà.

Alla cerimonia d’apertura sono stati annunciati i componenti della Commissione di Valutazione, organismo incaricato all’assegnazione del Riconoscimento dal prossimo anno in poi, di cui fanno parte personalità del mondo dell’informazione, della cultura, della storia e dell’economia, quali: Chiara Curione, Enzo di Brango, Enzo Magistà, Lino Patruno, Valentino Romano, Luciano Rotolo, Canio Trione.

Il Riconoscimento è gestito dal Comitato Riconoscimento Eccellenze “I Gigli delle Due Sicilie”, costituito dall’Associazione Culturale e Ambientale “Stella del Monte”, dalla Rivista on line “Onda del Sud”, dal “Movimento Duosiciliano”, dai “Comitati delle Due Sicilie”, in collaborazione con l’Associazione Gens Agri.

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di Lino Patruno

Per terra, mare, cielo: nulla ti è risparmiato quando sei Sud. A cominciare dai treni che con una mano ti danno e con l’altra ti tolgono. Vedi la tratta Bari-Roma della quale questo giornale si è già ampiamente

occupato. Sulla quale dovevano essere utilizzati i pendolini Etr 600 e invece ci verranno i V250.Che non è questione di sigle, ma di velocità, il primo andando a 135 chilometri l’ora fino a Caserta, il secondo a 110. Il che significherà ripiombare oltre le 4 ore di percorrenza, per la serie non puoi partire di prima mattina e trovarti nella capitale entro le 9,30. Cioè quando sarebbe utile sia pure in una città che, diciamo, se la prende comoda. Non ci resta che piangere, diceva Massimo Troisi. Non ci resta che pernottare colà con spese aggiuntive e serata precedente persa.

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A proposito della mozione di 5stelle presentata alle regioni Puglia e Campania. Risposta della Tavola Meridionale condivisa dal MDS.

Tavola Meridionale, associazione identitaria di comunicazione e incontro con molte realtà associative e identitarie, accoglie con interessato stupore il documento dei 5Stelle, che chiede, in varie Regioni del SudItalia, l’istituzione di un Giorno della Memoria, per le popolazioni vittime della politica annessionista cavouriana. La politica aggressiva del regno di Sardegna vide innumerevoli vittime e soprusi e violenze inaudite, e provocò innumerevoli morti, distruzioni, rappresaglie e crimini. Le popolazioni furono vessate con leggi e occupazioni militari estranee al diritto delle genti. Tutto ciò segnò indelebilmente il tessuto sociale e economico di questa parte della Penisola, generando, tra l’altro, una emigrazione mai vista nella storia millenaria delle nostre Terre. Ciò che avvenne fu un disastro antropologico e sociale la cui portata ancora oggi è visibile nei fenomeni di sottosviluppo e criminalità ormai endemica.

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di Michele Ladisa *

I politicanti di casa nostra hanno mal digerito la nomina di Beatrice Lucarella, poliziotta in servizio presso la questura di Roma, avvocato di Martina Franca e vicepresidente dei giovani di Confindustria Taranto, quale nuovo componente del Consiglio di Amministrazione di Aeroporti Pugliesi.
Il mitra caricato a pallottole di parole al veleno ha sparato, con qualche ragione, per mano del locale club penta stellato. Infatti gli incarichi rivestiti dal personaggio “Lucarella” non hanno nulla a che fare con la divisa indossata. In questa strana e assurda italia chi avrebbe mai pensato che una poliziotta potesse rivestire un ruolo da industriale e ora addirittura di dirigente degli Aeroporti ?

aeroporto di Bari Karol Wojtyla

E quindi, giù bordate a più non posso degli attentissimi vigilantes grillini.
Peccato però che passi inosservata a tutti, proprio a tutti, un’altra sciagurata e inqualificabile nomina, quella a presidente del Consiglio aeroportuale di Tiziano Onesti, romano, che ricordiamo essere tutt’ora il presidente di Trenitalia.
Su questa nomina non vi sono levate di scudi, anzi un allucinate avvilente silenzio.
Sembra che proprio a tutti, dai politicanti di casa nostra agli organi d’informazione, non passi per la mente anche solo per un attimo, che stò Onesti, presidente di Trenitalia, non ha migliorato minimamente le

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di Michele Ladisa *

Il sud continentale, un problema che si propone per un sud inscindibilmente unitario, giacchè tale fu il processo formativo che incorse nei secoli e che porta tuttora connotati di alto valore intellettuale, morale e  profonde cicatrici nell’animo”. Queste parole scritte, circa un ventennio or sono dal compianto Pasquale Calvario, descrivono esattamente “l’origine e il nocciolo” di tutti i mali che affliggono quel dorato lembo di mondo, il vecchio secolare Stato delle Due Sicilie, assorbito dalla cosiddetta unità d’italia e ridotto ad appendice coloniale. Divenne e resta oggirelegato al ruolo di un sud qualunque di una qualche parte del mondo, di un meridione di un’altra entità politica, di un mezzogiorno buono per la voracità di appetiti insaziabili.

Oltre un secolo e mezzo fa con la scusa di comporre il puzzle della frammentazione politico/territoriale degli Stati preunitari dello Stivale, non fu sufficiente privare della propria soggettività le Due Sicilie,  fu necessario distruggerle economicamente e finanziariamente,  vivisezionarle chirurgicamente, più a fondo possibile, al fine di mutilarne per sempre ogni possibilità di rivitalizzazione.

Poi, con la madre di tutte le leggi del 1948, frutto del “ventennio” e dei nefasti effetti della 2° guerra mondiale,  i  “ (santo) padri costituzionalisti” intesero smembrare il territorio ex Due Sicilie, per secoli uno e unico,  in sette micro territori regionali destinati a rivoltanti egoismi, quasi a voler significare che quanto accaduto nei passati decenni, fosse stato causato dalla volontà del belligerante e autoritario popolo ex due sicilie (sic!) e che per

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