di BIANCA TRAGNI

L’Unità d’Italia è un valore assoluto da difendere e rafforzare questa verità  quasi lapalissiana e stata solennemente affermata nel Consiglio Regionale della Basilicata lo scorso 16 settembre, per annullare la mozione del 7 marzo scorso in cui si istituiva la giornata di commemorazione dei morti di parte borbonica nelle lotte per l’Unità d’Italia.

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di Canio Trione

Siamo alle solite: dall’Università di  Torino emergono tesi chiarissime sui neoborbonici che si possono

sintetizzare –un po’ grossolanamente- dicendo che secondo loro la Unità di Italia è stata fatta e quindi ce la teniamo, ma potevano essere fatte delle cose migliori. I Borbone non è detto che avrebbero fatto meglio di quanto non sia stato fatto dallo stato unitario nel quale –non lo si deve dimenticare- hanno governato anche meridionali come Francesco Saverio Nitti che quindi hanno accettato questo stato di cose tanto da condividere e forgiarne i destini.

Queste le tesi in estrema e semplificatrice sintesi; ma, diciamo noi, come mai all’Università di Torino ci si dimentica di un tale che si chiamava Francesco Crispi, o Di Rudinì,… o addirittura di un certo Beneduce … tutti meridionali che hanno partecipato alla gestione dello stato unitario da posizioni di estremo rilievo. E che dire di Aldo Moro o Giuseppe di Vittorio o Pinuccio Tatarella il lungimirante padre dell’attuale centrodestra? Quindi vi sono delle dimenticanze significative…

La verità è un’altra: la ubriacatura nazionalista ha convinto gli italiani (e quindi anche quelli del sud) della ineluttabilità della via nazionale alla

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di Alfio Mastropaolo

Gian Luca Fruci e Carmine Pinto nell’articolo pubblicato su queste pagine hanno ribadito gli argomenti dei tanti autorevoli studiosi, tra cui loro, che hanno stigmatizzato le recriminazioni neoborboniche che da tempo fioriscono a Mezzogiorno, culminate in un voto quasi unanime del Consiglio regionale pugliese per l’istituzione di un giorno della memoria dedicato alle vittime meridionali del processo di unificazione. Sono impeccabili tanto il ragionamento di Fruci e Pinto quanto quello condotto dall’appello. Ma qualche considerazione aggiuntiva non è forse fuori luogo. Il neoborbonismo non corrisponde a una vacua mistificazione nostalgica. È strumento di un’insidiosa manovra politica, volta a sfruttare l’odierno disagio della società meridionale.

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