di Michele Ladisa

Lo scrittore Enzo Di Brango,  afferma che “L’italia si cerca e non si trova”. Di Brango ha 1000 e più ragioni, esattamente quanti furono i garibaldini che nel 1860 “liberarono”  le “Due Sicilie” (napolitani & siciliani) dal benessere e dalla pace imponendo fame, corruzione, tasse, mafia, guerre, disoccupazione.

Distrutte e depredate le Due Sicilie per mano dei supereroi cui prendono nome vie e piazze principali del belpaese,  nacque  l’italia e con essa, dissero, gli italiani.  Ma  non mancò molto che qualcuno, Massimo D’Azeglio e chi per lui o altri, dichiararono “fatta l’italia, occorre fare gli italiani” .

Sorge spontanea la domanda: ma come, non era necessario fare l’italia proprio perché gli italiani c’erano già prima ? Italico mistero, appunto, come un Ustica o una strage alla stazione di Bologna.

Ancora il D’Azeglio, risulta che abbia affermato : “In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”*

Vaioloso ieri o colerico oggi, la differenza sta solo nel tipo di malattia epidemica, quindi i  Napoletani (cui dovrebbe identificarsi tutto il popolo peninsulare dal Tronto in giù) andavano e vanno, scansati e ripudiati. Alla faccia dei “fratelli d’italia” .

Alla quasi totalità dei buon terroni, tutto questo non è noto e poi, del resto, anche se lo fosse, l’innato fatalismo  cui sono dotati li porterebbe a concludere “vabbè, parole, null’altro che parole…, oppure “acqua passata”… e ancora “nel nord non la pensano tutti così ”, o anche “dai, in fondo, che vuoi fare, vuoi spaccare l’italia?”

Ed è così che è stato gioco facile, per i Cavour, i Mussolini,  i De Gasperi, i Benigni, i Berlusconi sino ai Renzi,  sciacquare le menti dei “buon terroni” con  acqua putrida, ubriacarli con l’idolatria di un tricolore made in France, stordirli con la mameliana militare marcetta, drogarli nelle vene dagli effetti devastanti della fanfara dei bersaglieri.

Le conseguenze sono evidenti: bandiere tricolori ovunque in occasione degli ultimi europei di calcio: strade, balconi, negozi, piazze, case, uffici, un unico tripudio di tricolore , un unico urlo: forza italia ! italia ! italia!

Poi, poco importa se domattina, quel tricolore e l’italico nazionalismo non risolveranno un cavolo alla quotidianità del buon terrone, il quale non saprà cosa mangiare, dove trovare lavoro, come difendersi dalla mafia, come pagare le tasse, come risolvere problemi di salute gravissimi, come salvarsi dall’inquinamento e dall’avvelenamento, come non far fallire la propria attività.  Avrà anche dimenticato di essere considerato dai suoi fratelli d’iitalia, un impestato grave di vaiolo o di colera.

E’ qui il nocciolo della questione: il buon terrone se cerca l’italia la trova, di sicuro, nel pallone. Se la cercasse per vivere, non la trova di certo.  Ma se per un caso imponderabile, magari per miracolo celeste, il pio terrone se  la dovesse trovare davanti fracassandosi contro il naso, forse  s’accorgerebbe (ancora in condizionale è d’obbligo)  d’impattare il proprio aguzzino prendendosi una bella pallonata nei coglioni.

*(da una lettera a Diomede Pantaleoni, 17 ottobre 1860, in M. d’Azeglio e D. Pantaleoni, Carteggio inedito, 1888)

 

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