di Francesco Romano

E’ di ieri 19 dicembre 2016 la notizia riportata da Aldo Fontanarosa della “La Repubblica.it” che, il 22 dicembre, il direttore editoriale per l’Offerta informativa, Carlo Verdelli, sottoporrà al consiglio di amministrazione una sua proposta di rinnovamento della Rai.Il territorio sarà diviso in cinque Macro Aree e precisamente:

  1. Regione Liguria, Valle d’Aosta, Piemonte e Sardegna
  2. Regione Lombardia Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige
  3. Regione Toscana, Emilia Romagna, Marche e Umbria
  4. Regione Lazio, Abruzzo Molise e Puglia
  5. Regione Calabria, Campania Basilicata e Sicilia.

Sarà previsto anche un TG per il Sud. Non entriamo affatto in polemica nel voler far notare che se sarà previsto un Tg per il Sud vuol dire che fino ad ora il Sud non rientrava fra le notizie nazionali se non in occasione di fatti di mafia e camorra  per forse celare la mafia e camorra  ormai annidatasi anche al nord.

Parliamo della costituzione delle cinque macro aree non per anticiparvi delle lotte intestine che sicuramente ci saranno per accaparrarsi posizioni di rilievo ma perché ci sembra veramente innovativa nella logica di contenere le spese.

Stessa cosa si potrebbe attuare per l’assetto regionale dell’intera Italia post unitaria non senza rinunciare ad altre proposte che si potrebbero discutere.

Prepariamoci a una prossima revisione costituzionale partendo proprio da questa costituzione che l’intera Italia ha fortemente promosso e specialmente il Sud. Siccome in questi mesi siamo diventati tutti costituzionalisti, almeno per gli articoli che inopinatamente si volevano cambiare, continuiamo a farlo soffermandoci sugli altri che probabilmente la maggioranza ignora.

Sto parlando dell’art. 132 che letteralmente recita: “Si può con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione d’abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.” E’ chiaro che non si può guardare alla creazione di nuove regioni in questo periodo in cui la parola d’ordine è “risparmiare”. Allora volgiamo uno sguardo benevolo ad un accorpamento di regioni che porterà sicuramente vantaggi per tutti.

Invece di mandare a casa 200 senatori, come proposto e bocciato dal quesito referendario,  si manderebbero a casa una marea di consiglieri regionali decidendo un risparmio ben oltre i 500 milioni decantati dal fronte del Sì referendario, il tutto con annessi e connessi come rimborsi spesa e vitalizi vari.

Ancora una volta si può andare incontro ai desideri dell’Europa che, prima di voltare lo sguardo verso la finanza e le banche, ritorni a parlare di una Europa delle regioni. Non può essere altrimenti in quanto questo referendum ha chiaramente detto che gli italiani sono contrari a uno sfrenato centralismo che tanti danni ha portato tanto da far nascere una Lega Nord il cui successo è avvenuto a danni della parte meno fortunata. Del resto anche Emiliano, presidente della regione Puglia, nel suo discorso all’apertura dell’ottantesima Fiera del Levante nel settembre scorso auspicava la costituzione di una macroregione con la Basilicata: “perché noi siamo il Sud che produce e fa rete.” Appunto, far rete. E chi meglio di una regione unica di tutto il Sud può far rete?

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