“Non è che quando si stava peggio si stava meglio?”

di Canio Trione

È molto interessante scoprire che sedicenti illustri professori -silenti ed apparentemente assopiti da anni- si

sono, all’unisono, risvegliati per fermare una iniziativa culturale relativa a fatti di centocinquantanni fa! Le stesse persone che non hanno fatto una piega sulla necessità di ricordare altri terribili fatti geograficamente molto più lontani, si ricordano di scomodare altri ancor più oscuri “studiosi” (è loro uso sostenere le proprie tesi non in forza di argomenti ma citando altri che nessuno ha mai sentito e quindi nessuno contesta) per dimostrare che è inopportuno dire quello che accadde nel Mezzogiorno in seguito alla unificazione nazionale. Questi improbabili “docenti” di ancor più improbabili cattedre universitarie escono dall’oblio e cercano un quarto d’ora di gloria sui giornaletti locali.

In realtà la cosa è veramente seria ma solo perché (nessun lo dice) non è storica ma politica; dopo venti anni di seconda Repubblica tutta ad esclusivo traino settentrionale il fallimento è totale. La vox populi se ne è accorta e ci si chiede se forse non sia il caso di cercare un’altra strada. Quando si è in difficoltà la mente corre al passato e, se quello recente è di poco conforto, si va ancora più indietro nel cercare nella storia un momento migliore. È un legittimo guardarsi dentro ed è una ricerca di qualcosa d’altro, meno escludente di porzioni crescenti di popolazione. Il modello settentrionale efficientista e centralizzato, brillante e vincente –quello finanziario, per intenderci- non convince né coinvolge più nessuno e quindi, istintivamente, si diventa tutti studiosi di storia e di economia. “Non è che quando si stava peggio si stava meglio?”

La reazione della casta è, in questo senso, significativa: molti maitre à penser della sinistra si sono scatenati  perché niente deve cambiare e quindi questa diffusa ricerca di capire di più del nostro passato è, per loro, effettivamente pericolosa; per costoro non si devono sollevare questioni su cui non si potrà poi fare il gioco delle tre carte; non si deve neanche ipotizzare di violare il monopolio politico, amministrativo, culturale,…della casta; è sacrilego avanzare dubbi sulla esclusiva responsabilità dei meridionali sulla loro arretratezza; e che dire della preziosa mitezza dei terroni? Quella mitezza che ha permesso di rifilare ai meridionali ogni tipo di governo (da Mussolini alla DCaBerlusconi a Prodi) e ogni tassa e financo una nuova moneta … senza che nessuno abbia fatto barricate! Senza questo serbatoio di voti facili (da convincere o da acquistare) come farebbero i maggiorenti locali a perpetuare la loro condizione di prevalenza immeritata e fraudolenta? Infine, il recente aumento del Pil privo di miglioramento di occupazione e reddito, conferma -laddove fosse necessario- che il loro modello e i loro obiettivi non è e non sono in nessuna maniera quello che vorrebbe la gente che appunto rimane esclusa da ogni ipotesi di arricchimento. Che dire infine dei professorini meridionali di economia che scrivono di un sud in crescita laddove loro stessi dimostrano, numeri alla mano, che cresce solo il fatturato delle imprese non meridionali installate al sud mentre il nostro vero Pil deve dipendere dall’agricoltura e dall’andamento climatico o dai cangianti flussi turistici…

Quindi la vexata questio “parlare o no della nostra storia” che fino a pochi giorni fa non avrebbe appassionato nessuno diviene centrale non solo nella storia e nel futuro del Sud ma anche del futuro dei numerosi altri Sud impotenti di fronte all’apparentemente ineluttabilità di un modello che si dice unico ma che teme più di ogni altra cosa che si scopra che tale non è.

Bari, 17.8.17

 

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