di Canio Trione

Siamo alle solite: dall’Università di  Torino emergono tesi chiarissime sui neoborbonici che si possono

sintetizzare –un po’ grossolanamente- dicendo che secondo loro la Unità di Italia è stata fatta e quindi ce la teniamo, ma potevano essere fatte delle cose migliori. I Borbone non è detto che avrebbero fatto meglio di quanto non sia stato fatto dallo stato unitario nel quale –non lo si deve dimenticare- hanno governato anche meridionali come Francesco Saverio Nitti che quindi hanno accettato questo stato di cose tanto da condividere e forgiarne i destini.

Queste le tesi in estrema e semplificatrice sintesi; ma, diciamo noi, come mai all’Università di Torino ci si dimentica di un tale che si chiamava Francesco Crispi, o Di Rudinì,… o addirittura di un certo Beneduce … tutti meridionali che hanno partecipato alla gestione dello stato unitario da posizioni di estremo rilievo. E che dire di Aldo Moro o Giuseppe di Vittorio o Pinuccio Tatarella il lungimirante padre dell’attuale centrodestra? Quindi vi sono delle dimenticanze significative…

La verità è un’altra: la ubriacatura nazionalista ha convinto gli italiani (e quindi anche quelli del sud) della ineluttabilità della via nazionale alla gestione della cosa pubblica mentre la Storia ci ha insegnato che quella ubriacatura è stata la madre del nazionalismo che ha prodotto due guerre mondiali nonché la fine della centralità dell’Europa e della sua cultura con corollario di milioni di morti. Quindi dobbiamo dire due cose: che certamente se si fosse immaginato che il nazionalismo sarebbe stato il disastro che è stato non avrebbe suscitato alcun entusiasmo; e poi si deve imparare per il nuovo millennio che il nazionalismo va superato senza se e senza ma.

Una Europa delle regioni al posto di quella delle nazioni certamente non avrebbe prodotto il peggior secolo della storia semplicemente perché non avrebbe generato una innaturale concentrazione di potere e le relative guerre. Quindi la questione non è se i Borbone avrebbero potuto fare meglio ma è di sistema: l’ideale nazionalistico e quindi la unitarietà della politica nazionale è la migliore? Certissimamente no! Giàall’indomani della seconda guerra mondiale si pensa alla Cassa per il Mezzogiorno come primissimo rudimentale strumento di differenziazione della politica tra due parti dello stesso Stato; e il suo parziale successo conferma che -al di la della unitarietà delle Istituzioni pubbliche- le politiche non possono che essere differenti per territori che hanno differenze oggettive e culturali pronunziate. Pena: la perdita di potenzialità enormi. Come è accaduto.

Inoltre non si deve dimenticare che dietro la supposta ineluttabilità della unitarietà delle politiche unitarie nazionali v’è, grande come una montagna, la asserita unicità del modello di sviluppo nordico che così diviene il metro di misura della efficienza delle varie classi dirigenti e della opulenza delle varie regioni. Non è così. Il Pil non può essere il metro di misura dello stato di modernità e di efficienza di un sistema economico-politico; né è accettabile che ogni sistema produttivo debba essere organizzato in maniera piramidale, quasi militarizzato, per essere considerato efficiente. Ancora peggio è da dire dei rapporti tra Istituzioni e cittadini contraddistinti da regole e penalità rigidissime giustificate dalla volontà di far funzionare bene il sistema. È una solenne stupidaggine che ci viene imposta in maniera subdola dalla magnificazione dei successi ottenuti dalle società organizzate appunto in maniera rigida che dimentica l’essenziale: la qualità della vita, l’ambiente, il libero evolversi delle indoli individuali, il rispetto dei diritti fondamentali (segnatamente almeno il diritto a lavorare, alla inviolabilità della proprietà privata e alla privacy).

Infine non si può non ricordare ai sostenitori del modello unico (e cioè nordico) che nonostante la grande mole di prodotti realizzati nelle fabbriche organizzate come caserme, quel modello è incapace di includere tutti ed è incapace di reggersi senza ridurre fortemente le libertà essenziali dei cittadini e senza significativi aiuti dalle Istituzioni.

Quindi ai professori che emergono dal nulla per pontificare sul meridionalismo va detto che troppo lontana è la risposta alla questione che non è solo italiana ma è mondiale e quindi sistemica. Dietro ai fatti di centocinquanta anni fa v’è una questione semplice ed irrisolta: quale modello si deve applicare nel rapporto tra centro e periferia? Avendo archiviato per sempre l’idea di centralità della nazione (su questo sembra che vi sia una quasi unanimità), si deve ammettere che grandissima parte di quanto fatto in quell’ottica era errato. Come si fa a dire che abbiamo fatto bene a sacrificare la vita di milioni di giovani per conquistare Trento e Trieste per “fare l’Italia” mentre oggi quelle frontiere non esistono più e ne siamo orgogliosi? Come si fa a dire che avere avuto una sola moneta e una sola politica economica è cosa buona laddove tutti riconoscono che si deve intervenire con leggi speciali nelle aree divenute depresse proprio per via della unitarietà di quella politica? ecc. ecc. ecc.

E che senso ha oggi applicare all’Europa un concetto di unitarietà e di centralizzazione (quasi una grande nazione…) che ha fatto tanto male quando è stato applicato all’Italia?

Bari, 10.9.17

 

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