Il primo passo è la creazione della macroregione

di Michele Ladisa*

Se i Tarantini promuovono un referendum allo scopo di trasferire l’intera provincia in Lucania, vi sono di sicuro dei buoni motivi. La mancanza di un aeroporto e la scarsa importanza commerciale del porto sono indubbiamente delle ottime ragioni. La città, straripante di storia risalente alla notte dei tempi, è martoriata dall’inquinamento ambientale causato dall’Ilva e non può continuare a essere incudine sotto le martellate delle esigenze di Stato. L’italia  ha qui insediato siti d’interesse nazionale “strategici” come, appunto, l’Ilva e la marina militare. L’inquinamento mortale è il compenso per i tarantini, l’amor di patria, invece,  la gratificazione.

Tutto si può dire fuor che non abbiano ragione quelli che da una vita lottano  per trasferire i comuni della Daunia in Molise, volendo dar corpo e vita ad una più ampia regione, la Moldaunia.

I Dauni, soprattutto quelli del sub-Appennino, fanno i conti con una condizione di totale decennale abbandono del territorio, privo di collegamenti essenziali e quello stradale in dissesto idrogeologico a dir poco spaventoso e dai possibili improvvisi tragici risvolti.

Come dar torto a quanti sono arciconvinti del  progetto della Grande Lucania? La Basilicata è una piccola regione senza alcun peso politico e perciò paga i costi salatissimi delle trivellazioni petrolifere imposte dallo Stato italiano che invece, a sua volta, trova in queste il massimo profitto. Un profitto “nazionale” che però non risarcisce Matera che resta unico capoluogo di provincia  privo di una stazione ferroviaria, che non dà, all’intera regione, la possibilità di avere un aeroporto, che non colma la cronica mancanza di arterie stradali, la cui viabilità è affidata alla superstrada Basentana ed a un piccolo tronco della Mediterranea.  Anzi sopprime il  Tribunale di Melfi ed altri  14 importanti presidi amministrativi. Sulla porta delle rivendicazioni dei lucani vi sono le ragioni storiche che da sempre hanno visto insieme la Lucania con il Cilento. Da qui, appunto, la Grande Lucania.

E poi il progetto del Grande Salento, i cilentani che non si sentono campani, gli irpini che anelano una ragione a sé stante, insomma una vera esplosione di denunce per uno stato di disagio di quei territori e delle loro popolazioni di cui lo Stato italiano non tiene minimamente conto anzi, se ne sbatte ampiamente.

Ma sono queste rivendicazioni le soluzioni alla generale depressione ?

Siamo convinti di no. Al di là di tutte i possibili buoni propositi e delle positive intenzioni, abbiamo sul campo riprove che la sostanza non cambierebbe.

Cos’è cambiato con  la istituzione della nuova provincia BT (Barletta-Trani), staccata da quella di Bari, voluta a furor di popolo dopo anni di lotte ? Nulla, anzi come prima o forse anche peggio di prima.

E cos’è cambiato per quella di Bari, oggi area metropolitana, dopo aver perso i comuni passati alla BT ? Proprio niente, anzi, più giusto dire il peggio è la realtà.

Questo sta a significare che le sacrosante istanze locali non sono altro che una disperata spasmodica ricerca di una boccata d’autonomia buona, solo per un momento, ad uscire dall’asfissia costituzionale e istituzionale in atto.

L’origine della condizione di soffocamento è nel DNA di quest’italia, e si è aggravata nel 1947 grazie ai cosiddetti padri costituzionalisti, fautori di una  “Repubblica, una e indivisibile” e di forme di falsa autonomia e decentramento.  Con la suddivisione amministrativa in una miriade di Regioni,  lo Stato ha il controllo centralistico dei territori in modo diretto, e ne dispone a proprio piacimento. In particolare di quelle del Sud, un tempo Due Sicilie, già soccombenti con l’unità d’italia e quindi paganti il fio ai vittoriosi, grazie ad un’incessante e costante azione politica centro-nordista.

La ripartizione del territorio del sud, in tante piccole e marginali regioni, è apparso più che altro un gioco diabolico di riga e matita visto che si è trattato di frazionare, e quindi indebolire, un territorio unito per 800 anni .

La disomogeneità delle regioni meridionali è tale, evidente e certificata proprio dalle numerose istanze, di stomaco e di cuore, dei territori.

Questo significa che per uscire dal labirinto costituzionale bisogna trovare uno o più fili di Arianna: il primo è senz’ombra di dubbio  la ricostituzione del territorio cosiddetto “meridionale” in un’unica grande regione o macroregione che dir si voglia, l’altro è l’assegnazione a questa della massima autonomia.

In soldoni, per non disperderci in un trattato, pensiamo alle risorse economiche e finanziarie risparmiate da un unico parlamento macroregionale a fronte dello sperpero di 6-7 parlamentini e relative strutture. Risorse che devono essere gestite autonomamente perché da destinare allo sviluppo, alle infrastrutture, all’occupazione e soprattutto rigenerare le istituzioni provinciali che ritroverebbero il ruolo essenziale e decisionale con le dovute ed adeguate risorse gestionali.

Non una nuova regione moldauna, , non un Grande Salento, ma province forti e integrate tra loro per lo sviluppo armonico, sostanziale e autonomo di tutta una Grande Regione meridionale in grado di confrontarsi ad armi pari con le più blasonate al mondo.

Vale la pena disperdere energie per trasferire la provincia di Taranto in Basilicata o la Daunia in Molise ? Se in politica conta il peso, non saranno certo 4 deputati anziché due (come oggi per la Lucania) a determinare le sorti delle aree.

Vale la pena concentrare gli sforzi per riscrivere le sorti del sud nel suo insieme ? La risposta è affermativa, del resto per essere forti e ottenere risultati positivi, basta sommare e fare totale.

*segretario generale Movimento Duosiciliano

Articolo pubblicato su Il Roma in data 15/02/2018 con il titolo : “Macroregione per una nuova stagione politica”

 

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