di Giuseppe De Tomaso
O meglio: si realizzerebbe un incrocio perverso tra due termini, centralismo e federalismo, finora inconciliabili e antagonistici. Un capolavoro, di cui, obiettivamente soltanto gli italiani sarebbero e sono capaci. E pensare che il tambureggiamento compulsivo sulla necessità del federalismo fiscale si fondava sull’obiettivo di ridurre la tassazione. Il che, alla luce dei propositi di cui sopra, non solo non accadrà, ma tutto lascia credere che la Grande Riforma comporterà un ulteriore salasso impositivo, con buona pace della ripresa economica e di tutte le preghiere tese a favorire il ritorno alla stagione delle vacche grasse. Il potere di tassare equivale al potere di distruggere, ammonivano i padri fondatori della democrazia americana. Parole al vento. Oggi, la domanda non è se pioveranno nuove tasse, ma quando esse piomberanno nelle tasche degli italiani. Idem per la manovra.
Ad onta di tutte le smentite, la nuova operazione di tutela dei conti pubblici appare più scontata di una rissa in tv. L’unico dubbio riguarda i tempi: la manovra correttiva spunterà con la primavera o con l’estate? Più probabile la seconda ipotesi, a meno che lo scioglimento delle Camere sposti più in là l’evento in calendario. Che il federalismo sia soprattutto uno slogan utile quasi esclusivamente all’irresistibile avanzata bossiana, lo conferma l’impossibilità di ridurre il debito pubblico, che nella Grande Riforma potrebbe trovare, paradossalmente, nuovi stimoli per crescere o per restare così com’è. In teoria ci sarebbe la proposta – balzello di 30mila euro sui contribuenti più ricchi – di Giuliano Amato, che, essendo un’aquila campionessa di illuminismo, a volte vola così alto da non riuscire più a vedere cosa c’è sotto. Nei fatti, la patrimoniale di Amato si rivelerebbe u n’ulteriore beffa per i cittadini onesti, la cui unica colpa è quella di non nascondersi, o poter nascondersi, al fisco.
In un Paese, dove la bugia è più antica di tutti i suoi monumenti, come si fa a prendere per oro colato le dichiarazioni dei redditi, ignorando d’incanto tutte le proteste contro l’evasione fiscale? Ma c’è di più. Lo stesso federalismo demaniale rende pressoché impraticabile ogni tentativo di aggredire il debito pubblico. Come si potrebbe – è il senso di un acuto articolo di Michele Salvati – privatizzare il patrimonio pubblico (per ridurre il debito) dopo averlo parcellizzato tra tutti gli enti locali? Neppure il mitico Totò, in queste condizioni, riuscirebbe a piazzare un’opera meno simbolica della Fontana di Trevi. Eppure dalla dismissione
dell’enorme patrimonio immobiliare pubblico potrebbero sopraggiungere importanti benefìci per la riduzione della spesa corrente (i costi di gestione degli immobili affidati alla burocrazia sono 2-3 volte superiori ai costi di beni in capo ai privati). Senza contare che la cessione di immobili pubblici (ad esempio gli Iacp) avrebbe il merito, direbbe l’economista peruviano Hernando de Soto, di trasformare il «capitale morto» in «capitale vivo» (il diritto di proprietà tende a proteggere e a esaltare il valore di un bene). Con il federalismo fiscale questi princìpi tendono a svanire. Anzi, c’è da scommettere che, anziché vendere quel poco che di vendibile ci sarà, molti amministratori faranno a gara a chi compra di più. Come se possedessero più soldi di Massimo Moratti
da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 23 gennaio 2011
















