Cosa suggerirebbe ai nostri figli, di rimanere al Sud? Ardua
risposta, visto che c’è stato chi ha pubblicamente invitato i figli ad andarsene addirittura dall’Italia.E poi, inutile girarci attorno: se ne vanno ogni anno dal Sud 80 mila giovani. Ovvio l’impoverimento del Sud, come sempre con l’emigrazione. E l’emigrazione dall’800 in poi, dai bastimenti per terre assai lontane alle valigie di cartone. Ora sono trolley e computer, ancóra peggio.
Si è calcolato che una laurea costi a una famiglia meridionale 100 mila euro, tra iscrizioni, libri, ricerche, pendolarismo, fitti. Si
faccia una moltiplicazione. E si veda quanto il Sud regala ogni anno al Nord. Perché quei ragazzi in un modo o nell’altro poi producono per il Nord beni e servizi che il Sud acquista.
E li acquista pagandone anche il prezzo del contenuto intellettuale, cioè l’istruzione già pagata dei loro figli. Conclusione: il Sud paga due volte. Ma come si fa a dire ai figli di passare dalla febbre della tesi di laurea alla depressione dei curriculum da mandare ovunque? Questo Sud non è una terra per giovani, se uno su tre il lavoro non lo trova. E peggio le donne. E anche le statistiche sull’occupazione sono drogate da un dato inquietante ma invisibile: non appaiono come disoccupati quelli che un lavoro ormai neanche lo cercano più. E si passa per occupato anche se si è lavorato una sola ora. Allora, come si fa a dire ai figli di rimanere?
Eppure, non è vero che non si passa. “Yes we can”, si noi possiamo, è stato lo slogan con cui Obama ha infiammato l’America che lo ha eletto presidente.
Piacerebbe dire, si il Sud può. Ma poi c’e davvero un Sud il quale dimostra che si può. Si è svolto nei giorni scorsi il Calabria Day, organizzato dal movimento “Io resto in Calabria” di Pippo Callipo, il noto industriale alimentare che nella sua terra è rimasto e cresciuto, e quanto cresciuto, nonostante intimidazioni che avrebbero potuto scoraggiarlo.
Ora, basta attraversarla lungo la famigerata autostrada Salerno-Reggio Calabria, per capire quanto questa regione sia violentata da una politica assente se non volutamente assente. Magari finchè i lavori non si concludono, ci sono soldi e lavoro. E poco male che quella cicatrice purulenta sia l’ennesimo oltraggio anzitutto alla dignità della gente, molto più nobile dell’immagine di sfascio e di putrefazione che quei cantieri sempre aperti danno. Cosi il Calabria Day è stato una impressionante dimostrazione di orgoglio e di coraggio.
Decine di imprese insospettate per intraprendenza, inventiva, solidità a pochi passi dalla cicatrice. E giovani, tanti bellissimi giovani
che anch’essi hanno già detto “Io resto in Calabria” forse più come un atto di fede che di speranza. Nessuno pretende eroi, soprattutto se eroi devono essere gli altri. Ma occorrerebbe un Calabria Day in ogni regione del Sud. E non per dar fiato alle trombe e tornare alla solitudine e al silenzio il giorno dopo. Ma per conoscere ciò che non si vuol conoscere in una Italia compiaciuta nel suo pregiudizio del Sud tutto monnezza e sprechi. E per farlo conoscere anche a chi è più pronto a dimettersi dal Sud che a tentare l’ultima volontà di lotta.
E’ insopportabile che il Sud debba sempre rimediare con le sue migliori qualità umane alle peggiori condizioni in cui è costretto a lavorare. Nell’ insufficienza di tutto ciò che serve per poter competere con lo stesso suo talento poi altrove da tutti riconosciuto. Una vita ad handicap. Capacità condannate all’esportazione finchè per il Sud varrà la sentenza secondo cui “un uomo è ciò che le circostanze gli consentono di essere”. Anche se una luce può venire da un futuro di Internet.
Già ora molti lavori tradizionali si sono trasferiti in Internet. Buona parte del commercio, una parte dell’amministrazione, consulenze in qualsiasi campo, la comunicazione e l’informazione, la manutenzione (la centralina dei comandi di casa su una chiavetta che può essere riparata, mettiamo, da tecnici elettronici che sono in India). Questo consente di operare facendo valere solo le proprie competenze senza che pesi come prima il luogo più o meno attrezzato dal quale lo fai. Cioè si piò rimanere a casa, a parità di condizioni, appunto, fra Nord e Sud. E col mondo come scenario.
E’ una ulteriore spinta per il “Si noi possiamo”. Per bloccare l’emorragia degli 80 mila l’anno. I quali spesso prendono il posto di quelli che al Nord partono anch’essi per andare all’estero. Un Paese in fuga incontrollata. Ma soprattutto un Sud in cui occorre spezzare la catena dei vecchi che muoiono, dei giovani che vanno via, dei bimbi che non nascono. Che lo squillo sia venuto proprio dalla regione più dimenticata, può essere una retorica o una iniezione di fiducia. Questa è per ora la risposta a chi chiede se suggerire ai figli di rimanere o no.
(A proposito, ci chiedono anche a chi dare il 5 per mille. Ovvio: a meridionali).
da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 22 aprile 2011















