di Lino Patruno

Cosa suggerirebbe ai nostri figli, di rimanere al Sud? Ardua risposta, visto che c’è stato chi ha pubblicamente in­vitato i figli ad andarsene ad­dirittura dall’Italia.E poi, inu­tile girarci attorno: se ne vanno ogni anno dal Sud 80 mila gio­vani. Ovvio l’impoverimento del Sud, come sempre con l’emigrazione. E l’emigrazione dall’800 in poi, dai bastimenti per terre assai lontane alle va­ligie di cartone. Ora sono trol­ley e computer, ancóra peggio.

Si è calcolato che una laurea costi a una famiglia meridio­nale 100 mila euro, tra iscri­zioni, libri, ricerche, pendola­rismo, fitti. Si faccia una mol­tiplicazione. E si veda quanto il Sud regala ogni anno al Nord. Perché quei ragazzi in un modo o nell’altro poi producono per il Nord beni e servizi che il Sud acquista.

E li acquista pagandone anche il prez­zo del contenuto intellettuale, cioè l’istruzione già pagata dei loro figli. Conclusione: il Sud paga due volte. Ma come si fa a dire ai figli di passare dalla febbre della tesi di laurea alla depressione dei curriculum da mandare ovunque? Questo Sud non è una terra per giovani, se uno su tre il lavoro non lo trova.  E peggio le donne. E anche le statistiche sull’occupazione sono drogate da un dato inquietante ma invisibile: non appaio­no come disoccupati quelli che un lavoro ormai neanche lo cercano più. E si passa per occupato anche se si è lavorato una sola ora. Allora, come si fa a dire ai figli di rimanere?

Eppure, non è vero che non si passa. “Yes we can”, si noi possiamo, è stato lo slogan con cui Obama ha infiammato l’America che lo ha eletto presidente.

Piacerebbe dire, si il Sud può. Ma poi c’e davvero un Sud il quale dimostra che si può. Si è svolto nei giorni scorsi il Calabria Day, organizzato dal movimento “Io resto in Calabria” di Pippo Callipo, il noto industriale alimentare che nella sua terra è rimasto e cresciuto, e quanto cresciuto, nonostante in­timidazioni che avrebbero potuto scoraggiar­lo.

Ora, basta attraversarla lungo la famigerata autostrada Salerno-Reggio Calabria, per ca­pire quanto questa regione sia violentata da una politica assente se non volutamente as­sente. Magari finchè i lavori non si concludono, ci sono soldi e lavoro. E poco male che quella cicatrice purulenta sia l’ennesimo oltraggio anzitutto alla dignità della gente, molto più nobile dell’immagine di sfascio e di putrefa­zione che quei cantieri sempre aperti danno. Cosi il Calabria Day è stato una impressio­nante dimostrazione di orgoglio e di coraggio.

Decine di imprese insospettate per intra­prendenza, inventiva, solidità a pochi passi dalla cicatrice. E giovani, tanti bellissimi gio­vani che anch’essi hanno già detto “Io resto in Calabria” forse più come un atto di fede che di speranza. Nessuno pretende eroi, soprattutto se eroi devono essere gli altri. Ma occorrerebbe un Calabria Day in ogni regione del Sud. E non per dar fiato alle trombe e tornare alla so­litudine e al silenzio il giorno dopo. Ma per conoscere ciò che non si vuol conoscere in una Italia compiaciuta nel suo pregiudizio del Sud tutto monnezza e sprechi. E per farlo conoscere anche a chi è più pronto a dimettersi dal Sud che a tentare l’ultima volontà di lotta.

E’ insopportabile che il Sud debba sempre rimediare con le sue migliori qualità umane alle peggiori condizioni in cui è costretto a lavorare. Nell’ insufficienza di tutto ciò che ser­ve per poter competere con lo stesso suo talento poi altrove da tutti riconosciuto. Una vita ad handicap. Capacità condannate all’esportazio­ne finchè per il Sud varrà la sentenza secondo cui “un uomo è ciò che le circostanze gli con­sentono di essere”. Anche se una luce può venire da un futuro di Internet.

Già ora molti lavori tradizionali si sono tra­sferiti in Internet. Buona parte del commercio, una parte dell’amministrazione, consulenze in qualsiasi campo, la comunicazione e l’infor­mazione, la manutenzione (la centralina dei comandi di casa su una chiavetta che può essere riparata, mettiamo, da tecnici elettronici che sono in India). Questo consente di operare facendo valere solo le proprie competenze sen­za che pesi come prima il luogo più o meno attrezzato dal quale lo fai. Cioè si piò rimanere a casa, a parità di condizioni, appunto, fra Nord e Sud. E col mondo come scenario.

E’ una ulteriore spinta per il “Si noi pos­siamo”. Per bloccare l’emorragia degli 80 mila l’anno. I quali spesso prendono il posto di quelli che al Nord partono anch’essi per andare all’estero. Un Paese in fuga incontrollata. Ma soprattutto un Sud in cui occorre spezzare la catena dei vecchi che muoiono, dei giovani che vanno via, dei bimbi che non nascono. Che lo squillo sia venuto proprio dalla regione più dimenticata, può essere una retorica o una iniezione di fiducia. Questa è per ora la ri­sposta a chi chiede se suggerire ai figli di rimanere o no.

(A proposito, ci chiedono anche a chi dare il 5 per mille. Ovvio: a meridionali).

da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 22 aprile 2011

 

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