di Romano Pitaro

C’era una volta il Sud italiano. Ancora stritolato dal latifondo e popolato da gente segaligna e magica. Il Sud degli Anni ’50. Di cui perdutamente s’innamorò Alan Lomax,  l’ “americano”.  Lo chiamavano così i contadini calabresi, che lo circondavano con occhi sgranati e le braccia abbronzate, mentre lui li invitava a cantare, suonare, ballare. A lanciare nel futuro l’assenza di orizzonti che traspariva nei loro volti emaciati.

Alan Lomax

Sono trascorsi appena cinquantasette anni, ma se raffrontiamo quella società con la nostra, sembrano secoli.  Non due mondi in trepido ascolto, ma uno perduto, come documenta la preziosa ricerca sul campo di Lomax, e l’ altro liquido. Nelle immagine e nelle musiche tramandate dall’ etnomusicologo nato ad Austin, Texas, nel 1915 e morto nel 2002 a Holiday, Florida, accompagnato nel suo itinerario italiano da Diego Carpitella (1924-1990), calabrese e uno dei fondatori dell’etnomusicologia contemporanea, stimato da Ernesto De Martino, l’autore de “La Terra del rimorso”, che lo considerava anche un esperto musicologo, si vede e si ascolta una Calabria infinitamente povera.

Plaga di estremo confine. Ma anche fucina di culture locali. Un’umanità segnata dalla guerra, dalla fame e dalle ingiustizie, ma pronta rialzare la testa. C’era una narrazione. La foto, una delle più belle, scattata da Lomax il 1 agosto a Cinquefrondi, di un bambino esile (Raffaele Raso, oggi preside in una scuola a Roma) che tra i suonatori di un’ abborracciata banda musicale vende “l’Unità”, il giornale del partito comunista, lascia intuire che dietro la miseria covava la riforma agraria poi fallita.
Una narrazione che, riprendendo i lasciti di antiche civiltà, indicava la via per tessere un riscatto collettivo. L’individualismo ipertrofico verrà molto dopo. Poveri, alcuni suonatori incontrati da Lomax non mangiavano da giorni; e scalzi. Si dormiva in tanti nei pagliai, ci si dava una mano, persino si moriva in compagnia. E insieme s’emigrava. E c’era una missione: la terra da strappare ai baroni, per campare la famiglia. E tra i più acculturati il desiderio prorompente di aprirsi al mondo.

L’emigrazione, proprio in quegli anni, quel Sud l’ha massacrato.  Con crudeltà gli ha strappato gli occhi, l’ energia e le radici.
Oggi, ritornando a Cinquefrondi, il nome ricorda i cinque villaggi da cui il borgo magnogreco di 6 mila anime è nato ai piedi dell’Aspromonte, per discutere di Lomax con chi Lomax da anni lo studia come il professor Goffredo Plastino che alla Newcastle University Uk insegna etnomusicologia, e con chi l’ha conosciuto e se lo ricorda ancora con le lacrime agli occhi, rimane poco di quella realtà in chiaroscuro ma ribollente. E nulla dei suoi sogni.
Emergenze sociali, disoccupazione galoppante, illegalità, speculazione edilizia e centri commerciali, è lo scenario apocalittico che sovrasta la dimensione individuale, scoraggia le esistenze e mette in fuga i giovani. Come allora, si nasce per partire.
C’è da domandarsi che razza di mostro abbia imperversato per le campagne calabresi, distruggendo ogni traccia di vissuto comune. Isolando le vite, desertificando le piazze, dove si discuteva animatamente, e privando i luoghi pubblici di un vivere civile a stretto contatto con la natura col tempo deturpata selvaggiamente.
Ripercorrere le atmosfere consegnate alla storia da Alan Lomax”, il più noto ricercatore di musiche folk americane, che nell’Italia del Sud ha trascorso, tra il 1954 e il 1955, “L’anno più felice della mia vita”( titolo di un libro pubblicato dal Saggiatore l’anno scorso con una prefazione di Martin Scorsese che lo definisce “meraviglioso e delicato” e confessa di essersi “emozionato infinitamente, perché sono sempre stato attratto dalle immagini dell’Italia di un tempo, il mondo dal quale provenivano mio padre e mia madre”) significa prima di tutto imbattersi in questo epocale sprofondamento. E chi meglio della musica, dei canti delle donne e della fotografia può immergerci nella nostalgia più dolorosa e, insieme, farci sentire profondamente soli in questo presente sbarrato?
L’idea della Mediateca “Creazzo”, dei suoi due efficienti animatori Alessia Bono e Domenico Bellocco, sostenuta dall’assessore alla Cultura Anselmo Scappatura e dal giovane sindaco Marco Cascarano, di mettere la gente di Cinquefrondi di fronte alla gente di Cinquefrondi di oltre mezzo secolo fa, con l’intento di mostrare quali macigni e insidie dovettero fronteggiare i contadini di ieri, è piaciuta. Ha scavato nei ricordi col bisturi. E sollecitato riflessioni sull’urgenza di non lasciarsi sopraffare dall’inerzia e dal “male di vivere”. La zattera di salvataggio non ci sarà mai, se il Sud rimane silente ed in perenne attesa.
La figlia di Lomax, Anna, in videoconferenza da Austin (Texas) ha donato a Cinquefrondi tutto l’archivio fotografico e le registrazioni messo da parte dal padre in quell’ agosto del ’54. Un viaggio tumultuoso, che rievoca i riti orgiastici del mondo antico interpretati dall’Italia contadina dopo la guerra, saltando dall’etnografia del lamento funebre alle lacrime per lo sradicamento di interi nuclei familiari e che piacque molto anche all’ indimenticabile Edmondo Berselli, che per “Repubblica” scrisse un articolo il cui titolo è una formidabile chiave di lettura: “Laggiù al Sud c’era una volta il blues italiano”. Un viaggio nell’Italia del 1954/55 alle soglie della grande trasformazione compiuto da Lomax, in fuga dall’America maccartista che lo giudicava “un pericolo pubblico” e “un simpatizzante del partito comunista”.

Cinquefrondi

Dalla Sicilia alla Calabria (“dove la vita e la morte si intrecciano facilmente”) al Friuli, e poi di nuovo giù per la penisola, fino a fermarsi infine in Campania. Un viaggio uguale ad un’immersione nella realtà desolata di più di cento città, paesi e villaggi, da parte di un cacciatore di suoni che riascolteremo nella colonna sonora del “Decameron” di Pier Paolo Pasolini, e che di sé, a un certo punto, dice: “Ho guidato più io di qualsiasi altra persona sulla faccia della terra”.
Un vagabondaggio non privo di disavventure (quasi tutti i taccuni di Lomax vengono rubati alla fine del viaggio), incomprensioni e suggestioni, tra lamentatrici dai capelli bianchi e mulattieri di Montepertuso, contadini di Cinquefrondi e di Mammola, pescatori siciliani e nenie di donne; lavoratori delle vigne che cantano “con le bocche macchiate di viola, non di santi ma di belle ragazze” e “schiavi di galea vestiti di stracci che si passano la rete di mano in mano” e cantano mentre i tonni finiscono nella camera della morte; tra cantori delle miniere di zolfo e suonatori di tamburo calabresi che fanno partire la tarantella “e le donne che con felicità ed orgoglio danzano all’aperto”.
Ore ed ore di suoni registrati sul Magnecord PT-6 trasportato nell’indistruttibile furgone Volkswagen dell’“americano” e che oggi sono gelosamente custoditi presso la sezione American Folklife Center alla Library of Congress di Washington. Plastino racconta la vita di questo irrequieto personaggio morto senza lasciare un dollaro ai suoi eredi, che Bob Dylam definì “il missionario” e che è stato una delle personalità più influenti della cultura del XX secolo. Lomax, a 18 anni, durante la Grande depressione, seguiva il padre, il folclorista John Avery Lomax, nelle sue esplorazioni del Sud degli Stati Uniti, per registrare i canti dei condannati ai lavori forzati e dei neri fuggiti dalle proprietà dei bianchi (quando il blues era ancora la musica delle paludi e dei ghetti). Nel 1954, convinto che l’Italia sarebbe stato il laboratorio ideale per mettere alla prova una sua teoria,secondo la quale lo stile della voce cantata codificava alcuni profondi segreti dell’umanità, eccolo in giro per le vie di un altro Sud, quello italiano. A Cardeto (Reggio Calabria) dinanzi alle immagini di donne dagli sguardi luminosi e bassi con in braccio bambini dalle guance scavate, scrive: ‘La gente lavora a giornata, quando c’è lavoro: si alza quand’è ancora buio e deve camminare per tre o quattro ore su difficili sentieri di montagna per raggiungere i campi da coltivare’. Straordinaria la comparazione che propone Berselli nel suo articolo: “Quando muore un uomo (nell’Italia del Sud) le donne intonano un lamento vicino al suo corpo, ballando con passi spasmodici un’antica danza funebre, strappandosi i capelli, graffiandosi la faccia in un rituale parossismo, in quel Sud cosi italiano e mediterraneo con i suoi uomini che suonano la chitarra con la sigaretta all’angolo della bocca e con le sue donne cosi antiche sembra di cogliere echi che sanno addirittura di America”.
Didascalizza Lomax: “Una donna era magra, con pazzi occhi marroni e capelli arruffati, distratta, non aveva avuto niente da mangiare per tutto il giorno; un’altra con la faccia scura da africana, la bocca larga, molti denti macchiati di nero. E cantarono per me la più commovente canzone che io avessi sentito in tutta Italia, una canzone che mi ricordò l’infinita pena dei neri del Missisippi e del Texas, che avevano cantato per me tanti anni prima”.
Quando Lomax viaggia arriva, in Italia c’è il boom del cinema, nelle case c’è “Lascia o raddoppia”. Rocco Scotellaro firma “I contadini del Sud”, un affresco della plebe rurale, Giangiacomo Feltrinelli fa entrare di nascosto “Il dottor Zivago” e pubblica “ Il Gattopardo”. Visconti finisce “Senso”, lo sfondo è la rivoluzione mancata del Risorgimento. Il ’55 è l’anno della rivoluzione dei consumi e della 600, all’italiano si suggerisce di fare l’americano. Corrado Alvaro nel ’54 è colpito da un tumore.
Ma tra i tanti viaggi al Sud, negli stessi anni in cui Lomax è in Italia, Plastino ricorda il reportage effettuato per la Rai in tutte le regioni italiane da Guido Piovene tra il ’53 ed il ’56 (“Viaggio in Italia”), e il viaggio di Pasolini del ’59 che in macchina fa un periplo lungo le coste italiane (“La lunga strada di sabbia”). Per darci un consiglio: “Misurando la distanza tra l’Italia contemporanea e quella degli anni ’50, possiamo guardare le fotografie di Lomax così come continuiamo a leggere i libri degli scrittori che di quell’Italia hanno dato una loro personale visione. Per esempio, ripercorrere il viaggio di Piovene, guardare le fotografie di Lomax e riflettere su alcune pagine di Pasolini del 1959, può determinare interessanti cortocircuiti. Come Piovene e Pasolini, Lomax viaggiando in Italia non è certo riuscito a osservare tutto: però ha visto ed ascoltato abbastanza per lasciarci in eredità un altro essenziale inventario italiano”. Ma se ponti simili appaiono cerebrali, ci pensa la signora Nunziata Fiorello, presente in sala a Cinquefrondi, a trasformarela manifestazione in carne e sangue. Lei c’era quel giorno del ’54. L’ “americano” le chiese di cantare, eccola nella foto con altre amiche. Occhi chiari in un viso semplice e un corpo esile in una camicetta bianca. Ricorda Lomax? “No, prima di stasera avevo dimenticato ogni cosa. Adesso mi viene in mente. Quanto abbiamo sofferto!”

 

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