Intervista con Renato Curcio

 

di LINO PATRUNO

Renato Curcio ha oggi 70 anni, vive in un casolare a Carrù (Cuneo), si è risposato, ha una figlia, è direttore editoriale della casa editrice «Sensibili alle foglie» per la quale ha pubblicato il libro Razzismo e indifferenza che presenta in questi giorni in Puglia. È tra i fondatori delle Brigate Rosse. Nel libro, così si definisce: «montanaro, valdese, cristiano, comunista, anarchico, cittadino, sessantottino, brigatista, carcerario». Per la sua lotta armata, ha scontato più di 20 anni di carcere. Alla domanda su cosa sia oggi, risponde: «Uno che fa il suo lavoro cercando di capire cosa succede attorno a lui e dentro di lui». E aggiunge di voler parlare solo di razzismo, cioè del libro.

Ma nel libro parla anche di un mondo del lavoro «sferzato dalla precarietà» che colpisce ciò che si ottenne con le lotte degli anní’60 e’70. Cosa pensa allora della riforma dell’art. 18?

«Penso che si stia mettendo a dura prova una conquista che ritengo essenziale per garantire diritto e dignità del lavoro».

Don Andrea Gallo, nella prefazione, parla di avanzare In Italia di «un lento e strisciante colpo di Stato» e auspicauna «democrazia insorgente»: è d’accordo?

«Mah, quella di don Andrea è una metafora. Io mi limito al recupero di alcune mappe culturali che dal 1861 a oggi sono rimaste sotto pelle in Italia».

A proposito di 1861, lei (figlio di una madre di Orsara di Puglia emigrata) parla di una sottomissione del Sud e di un razzismo verso i meridionali che cominciò allora. Continua ancora oggi?

«Certo. È uno schema culturale inventato dagli studiosi alla Lombroso e utilizzato dai Savoia. Disastroso per l’Italia. E che il razzismo verso il Sud persista, lo si vede al Nord grazie alla Lega xenofoba e antimeridionale».

Il Sud ha sempre dovuto emigrare. E ancora oggi 80 mila giovani meridionali vanno via ogni anno.

«Andar via è anche una forma di resistenza e di lotta. Quando non c’è sopravvivenza e si parte, si critica il Paese che costringe a farlo, è uno stigma delle politiche finora adottate nei confronti del Sud».

Ha citato Lombroso. A Torino c’è un museo a lui dedicato che si vorrebbe far chiudere.

«Sì, so bene, una cosa orrenda. Quegli esseri umani i cui teschi sono lì dovrebbero avere una volta per tutte la degna sepoltura che gli spetta».

C’è stato l’attentato di Tolosa. Ritiene che l’antisemitismo sia un pericolo ancora grave in Europa?

«Assolutamente sì. Ovunque si riproducono logiche razzistiche, grazie anche a una crisi che crea insicurezza e paura, sulle quali c’è chi specula e fomenta».

Lei parla di «affare del razzismo». E cita chi si arricchisce sui Cie (Centri identificazione ed  espulsione). Qual è questo affare?

«C’è una industria che ha vari stadi con un vero e proprio interesse affaristico, per dire, nel mantenimento dei Cie. Uno scandalo che andrebbe rivelato. Anche per questo si trattengono lì persone che non hanno commesso alcun reato e che solo la stupidità e la malvagità tratta da pericolo e non da fonte di cultura e di ricchezza».

Qual è la forma più pericolosa di razzismo oggi?

«E quella che non si vede, è la non reazione di chi fa finta di non esserci, di chi giralo sguardo».

Lei anche per questo parla di odierne «folle fredde» rispetto alle «folle calde» del passato. Come ritiene che si possa tornare alla partecipazione?

«Credo che  bisogna tornare ad aver fiducia nella parola, nella narrazione, raccontare e

ascoltare. Essere cittadini che incontrano gli altri cittadini, rifuggendo dal Web senza territorio né storia, nel quale ognuno va all’appuntamento portando la sua solitudine».

Lei nel libro dice che una delle tecniche del potere è dimenticare per aver mano libera. Si riferisce in Italia anche al terrorismo?

«Sicuramente. Quella stagione è stata una stagione importante per questo Paese. Ma ora è come se nulla fosse, non la si ripercorre per parlarne. Ma non per parlare solo di una parte, ma di ciò che hanno fatto tutti coloro i quali allora c’erano».

Come evitare che si ripeta?

«Bisognerebbe capire cosa avvenne. Ma il silenzio delle istituzioni lo impedisce».

Renato Curcio non si è mai pentito né dissociato. E però non cessa il sordo dolore di chi dice che, se nessuno deve toccare Caino, il carnefice, nessuno si preoccupa anche di Abele, la vittima.

da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 23 marzo 2012

 

1 Response » to “Lombroso è morto ma non il razzismo”

  1. Francesco Schiraldi scrive:

    A proposito del fatto che in Italia si è rigorosi nel sostenere che nessuno deve toccare Caino mentre (con moltissimo minor rigore etico e morale) si trascura completamente la sofferenza – le pene e il dolore patito dai vari Abele (che hanno riempito nel tempo e riempiono tuttora le nostre cronache), una curiosità sorge spontanea: come è possibile che nonostante le difficoltà che incontra la gente comune – i giovani a trovare o mantenere un’occupazione, chi ha un passato di estremismo – di processi – di condanne quando ancora non ha finito si scontare la pena oppure appena tornato in libertà anche ad una età avanzata trova sempre un’occupazione non precaria ma più che dignitosa pronta ad aspettarlo?

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