di Canio Trione

 

Da anni la situazione socio economica è talmente esplosiva che può essere sufficiente un fiammifero per far scoppiare un incendio indomabile. La questione dell’art.18 è molto più di un fiammifero.

I sindacati come il governo e tutto il mondo della politica avevano creduto di poter far “manutenzione” a quell’articolo facendolo digerire alla base come sempre avevano fatto in passato. Inoltre il governo, pilatescamente, ha creduto di lavarsi le mani scaricando la patata bollente al Parlamento. Ma se il sistema dei partiti non è mai riuscito a risolvere questa questione perché dovrebbe risolverla adesso? Probabilmente anche sul Colle si pensava che si potesse governare la questione un po’ come sempre. Si è arrivati a pensare di introdurre il licenziamento facile anche ai dipendenti pubblici! La popolazione si è rivoltata come un sol uomo!

In una fase recessiva non si possono fare tre cose: non si mettono tasse, non si licenzia e non si risparmia sulla spesa pubblica. Si attuano cioè strumenti “anticiclici” si dice nelle Università.

Al contrario i nostri professoroni non hanno seguito questa regola che -supponiamo- insegnano. Al contrario si son fatti prendere dal sacro fuoco del perseguimento del pareggio di bilancio e del rientro dal debito. Queste cose -che si sono rivelate impossibili ai tempi dei tesoretti- divengono urgenti e improrogabili proprio adesso. Così hanno aumentato tasse, ridotto le spese e aumentata la disoccupazione.

Chi ha buona memoria non può aver dimenticato che nella primavera del 1992 l’allora presidente del consiglio Andreotti annunciò le dimissioni perché “400 miliardi di interessi al giorno non si possono pagare”. Era un modo per delegare al successivo governo l’introduzione dell’Ici. Il disastro finanziario era reale, l’Ici fu introdotta ma il debito non si è spostato di una lira, anzi, è cresciuto molto di più di prima, anche quando si sono formati dei “tesoretti” che potevano ridurlo.

Quindi si continuò a pagare i 400 miliardi al giorno e non fu l’Ici a salvarci ma la svalutazione che -contro gli accordi internazionali che ci accordarono una svalutazione del 3%- fu di un rotondo 50%; svalutazione che rimise in moto l’economia anche se in modo parziale e drogato. La malattia non fu curata (nel senso che il debito rimase in crescita, la fiscalità fu duplicata, la burocrazia crebbe ancora) ed è arrivata ad oggi. Questa è la nostra storia e la nostra esperienza.

Oggi non si può svalutare il cambio e quindi -per ritornare ad essere competitivi e cioè rilanciare l’economia- si devono svalutare gli stipendi, cioè devono pagare i soliti lavoratori e piccole imprese; di quanto? Di un po’ di più di quanto sarebbe dovuta essere la svalutazione cioè tra il 30 e il 50 %. Ben lo sanno i professoroni e quindi procedono come se fosse una operazione chirurgica su di un paziente addormentato. Il fatto è che non siamo addormentati e quindi a toccare le parti malate, duole.

Cosa accadrà? Si è visto che se la popolazione insorge fuori dagli schemi e dal controllo delle organizzazioni che comandano (sindacati e partiti) lor signori fanno marcia indietro senza alcun pudore. Quindi -in tempi  brevi- non se ne farà nulla dell’art.18.; ma rimane il problema della riduzione del potere di acquisto di salari e stipendi: cosa lenta quindi incapace di unire le proteste ma inesorabile e dunque capace di distruggere la nostra economia molto più di quanto già non sia accaduto.

La soluzione potrebbe essere proprio l’art.18: se non passano i licenziamenti facili il governo ha minacciato di andare a casa; lo faccia! Avremo almeno posto sul tappeto il problema governance; credo che gli italiani abbiano ormai capito che non si può più votare per amicizia o simpatia: i partiti che non hanno proposte accettabili, proponibili o deboli vengano cacciati; per far posto a nuove idee. Finalmente.

Bari, 26.3.2012

 

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