di Dionisio Ciccarese

Ve la ricordate la storia dei tarallini di Puglia con il sospetto di contenere crusca per cavalli? Si? Bene, è una bufala. E questa volta a farcelo sapere non è nessuna “fonte ufficiale”, ma il legale di quell’azienda che prova a limitare i danni prodotti dalle notizie giunte alla stampa e dal passaparola dei consumatori.
Un danno incalcolabile. L’Arpa ha controllato tutto: in quei taralli non solo non c’è crusca, ma non c’è nulla di anomalo. Anzi.
Come la mettiamo? Nel Paese in cui la dietrologia e la cultura del sospetto sono discipline con grande proselitismo la notizia del sequestro ha avuto gioco facile. Anni fa c’è stato anche un signore (che è stato per qualche tempo leader di un movimento) che era riuscito a dire, nell’indifferenza generale, che “il sospetto è l’anticamera della verità”. Una brutalità.
Non c’è stata in questi giorni vending-machine in cui il prodotto non sia stato ritirato (università, ospedali, aziende). Contratti saltati, banche in allerta, maestranze disorientate nonostante sapessero esattamente come avveniva la produzione.
E’ una brutta storia. Non è l’unica e, possiamo starne certi, non sarà l’ultima. Ma forse qualcuno avrebbe il dovere di spiegare sulla base di quali elementi è avvenuto il sequestro e con quale senso di responsabilità si è diffusa la notizia tacendo il nome dell’azienda, ma fornendo immagini che ne rappresentavano il marchio.
La nostra è una terra che chiama imprenditori i faccendieri collusi con la politica. In tanti hanno fatto la fila per un invito alle sontuose feste per vip pagate con i soldi pubblici. Ma è anche la terra che non rispetta il lavoro di persone che con talento, lavoro e capitali propri hanno creato valore, prodotti e occupazione.
Questa è una brutta storia, ma il peggio è che questo malcostume non finirà. L’esito delle analisi dell’Arpa restituiscono solo in minima parte ciò che a quell’azienda è stato tolto. Non solo in termini economici, ma anche di onore. Una parola ormai caduta in disuso.
Bari 18 ottobre 2012
 

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