di Michele Ladisa

Lucia Denadai due mesi prima delle elezioni bitontine non sapeva cos’erano le Duesicilie, cosa furono i briganti per questa Terra. Sapeva invece che tanti diseredati avevano bisogno di lei e da tempo combatteva in solitaria una battaglia senza quartiere contro la sopraffazione. Furono sufficienti quattro parole “quattro“ per farle indossare con orgoglio la coccarda rossa.  L’agguerrita candidata “indigena” della Confederazione Duosiciliana-Italia Prima fece molto parlare di sé in paese, i suoi video sul  youtube contarono diverse centinaia di “visite”.

Denadai, fu subito chiara: “io con quella gente non ci sto”.  Da  vera “brigantessa” aveva promesso fuoco e fiamme contro chi vincendo quelle elezioni, avesse mancato di portare al primo posto dell’agenda politica i problemi del lavoro, della casa, del disagio sociale.  La Denadai, fulminata sulla via di Damasco, capì immediatamente l’origine dei mali della nostra Terra e per questo sferrò senza alcuna esitazione attacchi a tutto campo contro il sistema dei partiti e di questa sciagurata politica.  Sapeva che chiunque avesse occupato le ambitissime poltrone comunali, nulla o poco avrebbe potuto dinanzi ad un bilancio bucato da ogni parte e senza alcuna possibilità di mungere dalla vacca anoressica di questo balordo Stato.  “In fondo, affermava la brigantessa dei quartieri popolari, la bicicletta l’avranno pretesa loro e anche senza sedile, dovranno inforcarla”. Parole strafottenti, irriverenti se volete ma molto, molto determinate.

Non era scritto da nessuna parte che la “Lucia del popolo” avrebbe dovuto fare a meno del compianto brigante Franco Robles, vero punto di forza in ogni sua iniziativa. Ma, dopo un comprensibile momento di smarrimento,  non si è mai persa d’animo e combatte, combatte tanto tutti i giorni. Scusate se è poco popolo del FB, ma qualche intero nucleo famigliare ha scampato la strada e l’infamia dei centri d’indegnità sociale grazie ad un’opera caparbia e senza esclusione di colpi. E i prossimi giorni non racconteranno di sbrodolanti cheeseburger, ma pane amaro come il veleno per una classe politica locale senza soldi ma anche senza idee.

La popolarità di Lucia cresce di continuo, e spesso con malcelato orgoglio esclama: sono duo siciliana, sono una brigantessa e dovete fare i conti con me, anzi con noi.

Quasi inutile cercarla tra le chiacchiere insensate quotidiane del FB, ha poco da dedicare ai post, ai sottopost e ai contropost. E’ più facile trovarla nei meandri degli uffici comunali, con infiniti carteggi tra le mani, ora a discutere con il cuore in mano, ora a mannà affanculo questo e quell’assessore, quel dirigente, quell’assistente sociale, sinanche il sindaco.

L’operato di Lucia potrebbe erroneamente essere assimilato a quello di un centro caritas. Così non è visto che non se ne sta con  il cappello proteso alla ricerca della caduta di qualche obolo ma tutt’altro:  ha adottato (anche inconsapevolmente) l’atteggiamento, lo stile, il carattere vivace, fiero e ferreo di una brigantessa. Manca solo la scupetta tra le mani ma le sue parole a volte colpiscono a morte, dritto dritto a quell’ammasso di poltiglia che sostituisce il cuore dei politici bitontini.   

Cosa vogliamo dire con questo.   Pur se lo merita a pieno titolo, avremmo fatto volentieri a meno di decantare l’attività di una persona che diventa sempre più “personaggio”.  La lotta per la nostra Terra e per la sua gente è un obbligo morale di ciascuno di noi punto e basta, senza esaltazioni né personalismi.  Quel che invece si vuol realmente dire è che gente simile nel nostro “mondo” o non esiste o è troppo timida, incapace d’iniziativa, incapace di guardarsi attorno, incapace di reagire, incapace di costruire, incapace di organizzare, incapace di combattere. Aggiungetevi voi quant’altro necessario per individuare ulteriori cause della nostra inettitudine e della nostra balordaggine.

Di questo Denadai ne ha avvertito, inevitabilmente e con riluttanza, l’esistenza diffusa.  E non comprende il perché “stì fottuti meridionalisti” litigano di continuo, non alzano il culo dal computer, pontificano, pontificano e non concludono. S’incazza la Denadai, sente le invocazioni d’aiuto della “sua gente”  duosiciliana. Quello che succede a Bitonto è cosa comune ovunque in questa terra dimenticata da tutti, e rifiuta la sciatteria  e la saccenza di quanti si ergono a difensori, a paladini del cacchio. A questo, Denadai non ci sta. E nemmeno noi.

 

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