da: nolombroso.org 

Roberto Schena, 58 anni nato a MIlano, giornalista, prima collaboratore de il Giornale diretto da Indro Montanelli, poi redattore del quotidiano l’Indipendente, diretto da Vittorio Feltri. E’ nel gruppo giornalistico del quotidiano la Padania, organo della Lega Nord, fin dalla fondazione nel 1997, per il quale esegue grandi inchieste, riguardanti anche il Sud. Come caporedattore è stato responsabiile di vari settori. Si dimette dal quodidiano nel marzo del 2012. E’ autore di “Pio XII santo?”, ed. Croce, inchiesta sulle compromissioni del mondo cattolico con l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. Roberto Schena, Testimonial del Comitato Tecnico Scientifico No Lombroso ci dice: “ Ho visitato di recente, per la prima volta, il “Museo Cesare Lombroso” di Torino, illustrazione di un vero e proprio percorso infelice di un ramo della scienza che, sul finire del XIX secolo, scopre e studia la criminologia, le ragioni del delinquere in modo più o meno grave. L’epoca, assegna volentieri ad anarchici, omosessuali, emarginati, poveracci e vagabondi, il titolo di “delinquente”. Cesare Lombroso vi aggiungerà, di suo, “atavico”, o “nato”, ricevendo i complimenti vivissimi del mondo accademico, delle pubbliche autorità, dei ceti benestanti, i quali evidentemente s’aspettavano una simile legittimazione. Ho notato che le spiegazioni evitano di ragguagliare circa la provenienza delle decine di teschi numerati che “arredano” letteralmente le pareti della sala grande, almeno io non le ho viste. A quanto pare, sono tutti o di “briganti” o di soldati dell’esercito borbonico, non saprei dire se la numerazione corrisponde poi a un nome e a un cognome, se sia possibile ricostruire, grazie a quella, brandelli di vita appartenenti a quei poveri resti.L’esposizione di tanti teschi è una semplice riproduzione dell’ambiente di lavoro di Cesare Lombroso, ritenuto il fondatore per eccellenza (sicuramente in Italia) della criminologia. Di per sé non è di alcuna utilità scientifica, non spiega nulla. E’ solo una curiosità. Ed è piuttosto macabra. Sembra infatti l’esposizione di teste appartenenti ai vinti in battaglia. 

Ricorda antiche, barbare usanze, tra l’altro non infrequenti durante le rappresaglie dell’esercito italiano, nella lotta al brigantaggio meridionale, subito dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia. Non c’è da stupirsi se tale esposizione suoni offensiva per la 

museo Lombroso

memoria di coloro che combatterono, a torto o a ragione, certo legittimamente, contro l’invasione voluta e finanziata dal Regno di Sardegna. C’è da domandarsi come mai tanti resti umani non siano collocati più idoneamente in un mausoleo ad hoc, in un apposito ossario nei pressi di Napoli o di Gaeta, dove fu combattuta l’ultima battaglia contro il Regno dei Borbone, soluzione adottata per esempio a Villafranca di Verona, in ricordo della battaglia di Custoza. Sicuramente, una soluzione di questo tipo aiuterebbe meglio a riflettere sulla storia del Paese.Nel museo Lombroso, solamente un teschio ha un nome, quello del brigante Giuseppe Villella. 

Staziona sulla scrivania appartenuta allo scienziato positivista, quasi fosse, al pari degli altri, un trofeo, anzi, il maggiore. Da quel povero resto mortale, Lombroso ha tratto la sua serie di conclusioni sbagliatissime sul “delinquente nato”, tanto che l’esposizione torinese potrebbe essere definita, per ammissione degli stessi allestitori, “il museo degli errori”, più ancora che degli orrori. E’ pur vero che la scienza procede correggendosi in continuazione e che dai tempi del Lombroso d’acqua n’è passata sotto i ponti, per cui sembra proprio questa la ragione didattica autentica a tenere in piedi il museo: mostrare un percorso storico di sbagli. L’allestimento potrebbe essere considerato, nella migliore delle ipotesi, un’illustrazione, alla Karl Popper, di come la scienza indaghi la realtà compiendo goffi tentativi, salvo accorgersi degli errori.Sono in mostra oggetti di un certo interesse storico-criminologico, come i lavori realizzati da detenuti e malati mentali, le loro disperate iscrizioni, i graffiti testimoni di un universo penitenziario superato da tempo. 

Il segmento dedicato all’arte povera è particolarmente apprezzabile. Ma nel complesso se ne ricava la sensazione di un museo carente di pedagogia, forse è solo l’inizio, l’embrione di un museo criminologico come deve essere effettivamente pensato, considerando oltretutto che Lombroso è sì conosciuto agli accademici di tutto il mondo, ma non era certo l’unica indiscussa autorità in materia.Credo che se lo stato italiano avesse qualche euro da dedicare alla cultura, potrebbe concepire qualcosa di meglio. Purtroppo, le istituzioni vanno avanti con i mezzi che hanno a disposizione e quelli che vediamo sono i risultati. Come far capire che il Villella fu a suo modo un eroe ed è alquanto riduttivo trattarlo al pari di una cavia? Che quei soldati combatterono per un civilissimo stato, una civilissima casa regnante? Che molte delle teorie e degli atteggiamenti lombrosiani sono dovuti alla ricerca del consenso, degli onori, dei premi, del credito internazionale e nulla c’entrano con la ricerca seria? Gli stessi studiosi del Lombroso ammettono come lo scienziato occultasse le risultanze degli studi e degli esperimenti in contraddizione o non coerenti con le sue stupefacenti teorie.Villella morì in carcere a 70 anni molto acciaccato, malato di tisi, scorbuto e tifo. 

Immaginiamo le condizioni di detenzione dell’epoca. Lombroso, invece di perorare la grazia per un disgraziato simile, come avrebbe potuto e dovuto uno scienziato del suo pari, ritenuto a suo tempo un “luminare”, lo descrive «ipocrita, astuto, taciturno, cute scura, scarsa e grigia barba, folti i sopraccigli e i capelli ». Alla sua morte, gli fa l’autopsia ricavandone teoremi strampalati sulle origini fisiologiche della tendenza a delinquere. Anche le famose maschere di cera riproducenti il volto di detenuti, esposte nella sala dei teschi, Lombroso le aveva fatte passare per maschere di “grandi criminali”, in realtà sono ritratti di poveracci morti in carcere quasi tutti giovanissimi, fra i 20 e i 30 anni, non si sa per quale motivo. Certo l’assistenza al carcerato non doveva essere delle migliori a quei tempi. Invece di denunciare e ottenere migliori condizioni di vita per il detenuto, i luminari del tempo si limitavano a ricavarne l’impronta del viso per scoprire eventuali conferme alle teorie “innatiste” tanto gradite ai ceti aristocratici di quel tempo, i quali vi scorgevano la conferma della loro attitudine alla supremazia sociale.

 

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