di Gigi Di Fiore (dal Blog ilmattino.it)

 

“Basta Sud, ci trascina nell’abisso”, ha ripetuto sabato, a mo’ di spot elettorale, Luca Zaia, governatore leghista del Veneto. Ammiccamenti allo zoccolo duro dell’elettorato che fu di Bossi e oggi è di Maroni. Slogan collaudati, contro chi, nelle regioni meridionali, “non produce, non paga le tasse, non ha voglia di lavorare a vive di assistenzialismo”.

Inutili le repliche a quei luoghi comuni che hanno presa facile su un certo elettorato al Nord, quando non c’è con chi fisicamente prendersela (oltre le banche, la finanza, i “poteri forti”) per la crisi e i sacrifici economici da sopportare. Erano quattro gatti, pochi amici al bar e al ristorante, come il famoso “Il Carroccio” a Dalmine in provincia di Bergamo. Parlavano di radici del Nord, storia, identità, prima che di politica. Sono diventati la Lega nord, unendo movimenti diversi (primo fra tutti la Liga veneta, che li aveva preceduti tutti), trasformandosi poi in partito di governo e di potere nelle regioni settentrionali.

Tante critiche al pericolo di secessionismo e di divisione dell’unità d’Italia, eppure anche, chissà perché soprattutto al Sud, tanti “sì, ma…sul clientelismo non hanno tutti i torti, e sull’assistenzialismo e sulla poca voglia di lavorare, forse…”. E subito ogni erba diventa un fascio.

C’è molto masochismo tra i meridionali. Per mostrarsi, non a torto, contrari ai luoghi comuni, finiscono per assecondarli. Vero, nel Mezzogiorno non se ne può più di lamentele fini a se stesse, di colpe scaricate sempre su altri, di deresponsabilizzazioni e atteggiamenti sempre auto assolutori. Ma non se ne può più anche di chi, al minimo accenno di rivendicazione (da par condicio con il Nord) di identità, radici e storia, rilancia sempre la solfa del “sì, ma i magna magna dei notabili del Sud…e i furbi, e i mafiosi?”.

Fosse tutta bianca e nera la realtà, sarebbe assai semplice raccontarla in poche parole. Chi, con documenti e ricerche, racconta una storia del Sud diversa da quella insegnata nelle scuole, è bollato come “neoborbonico”. E poi retrivo, nostalgico, parassitario. E’, questa, la solita Italia affamata di etichette, marchi superficiali, semplificazioni, luoghi comuni in pillole.

Ma dove nasce il termine, tanto abusato, di “neoborbonico”? Da un’associazione culturale nata 20 anni fa a Napoli, che ebbe tra i fondatori anche il defunto Riccardo Pazzaglia. Con la sua ironia, fu proprio Pazzaglia a coniare quel nome, che allora lo univa a un gruppetto di poche decine di persone, spiegando: “Non siamo federalisti, non separatisti, non monarchici, potevamo chiamarci anche neogreci, neoaragonesi, ma neoborbonici segna l’ultima tappa del Sud autonomo. E neo sottolinea che non è ritorno al passato, se non a quello della memoria storica”.

Quell’associazione è rimasta culturale, senza mai farsi movimento o partito. Quando qualcuno, anche celebrati colleghi di diffusi quotidiani nazionali, mi associa ai neoborbonici, mi viene da ridere. Lascio correre, perché tanto so che c’è sempre chi ha bisogno di etichettare, perché costa fatica sforzarsi di documentarsi per capire. Sono le semplificazioni che odio, vizio mortale del nostro Paese!

 

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