di Romano Francesco

Il neo presidente della regione Lombardia Roberto Maroni ha dichiarato “Ora la macroregione del Nord”. Ebbene, l’ex ministro degli interni avanza ora questa proposta facendo quindi quasi un “indietro tutta” rispetto a quanto scritto a chiare lettere nel primo articolo dello statuto della Lega Nord che parla di secessione.

E non poteva essere diverso visto che ha intravisto nei risultati elettorali quella voglia di cambiare questo paese anche se pro domo sua. Il movimento cinque stelle ne è la prova lampante per i risultati ottenuti e bisogna analizzare attentamente questa voglia.Questo è il punto nodale. Di macroregione, o meglio, della possibilità di spezzettare quest’Italia in più parti è venuta fuori da uno studio della “Fondazione Agnelli” proprio all’inizio di quella “mani pulite” che tanto cambiò, mandando a casa una classe politica che aveva governato per tanti anni, proprio come è avvenuto con queste elezioni. Quali le proposte di allora: il Piemonte si salda alla Val d’ Aosta e alla Liguria. Il Triveneto diventa una sola macroregione, e così pure le Marche con l’ Abruzzo e Molise. L’ Umbria spartita tra Toscana e Lazio, la Basilicata tra Puglia e Campania e così via.

Cambiare, questa è la parola magica che nessuno vuole anche se tutti ne si riempiono la bocca. Non è il caso di ricordare «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» di gattopardesca memoria.

Ma affinché si cambi è il caso che anche la cultura cambi e che di questo se ne devono fare carico gli intellettuali. Grossa piaga. Sia la destra che la sinistra ne sbandierano alcuni che si preoccupano principalmente di mantenere le loro posizioni di casta e che da un cambiamento ne avrebbero solo un danno: non vendere più libri e, come si sa, tutti hanno famiglia.

Proprio durante le elezioni amministrative che ha visto a Bitonto vincere proprio la sinistra con Michele Abbaticchio, qualcuno coniò lo slogan “Change la cheup” che tradotto fa “Cambia la testa”. Proprio quanto strillato da Beppe Grillo e i grillini. Non sfuggirà che il primo nome per il prossimo presidente della repubblica fatto da Beppe Grillo è stato quello del premio Nobel Dario Fo, autore di “Morte accidentale di un anarchico” e anarchico anche lui. E che un anarchico sia proposto come presidente della Repubblica la dice molto lunga su questa voglia di cambiare.

E il cambiamento si sta attuando. Ed è sempre Grillo che lo propone. Nessun capo o capetto ma volontà popolare partecipata. “Meditate gente, meditate” era lo slogan di Renzo Arbore che presentava la sua birra.

Non è semplice cambiare. Ma questa necessità è stata anche la preoccupazione dei costituenti a metà degli anni quaranta del secolo scorso. Per questo inserirono l’art. 132 dell’attuale costituzione italiana e che un premio Oscar ne ha fatto oggetto di lavoro, quel Roberto Benigni che in groppa a un cavallo e con la bandiera in mano fece commuovere tanti italiani.

Non c’è poi chi non vuol vedere la volontà di questa Europa sempre più propensa più che ad un’Europa delle nazioni a un’Europa delle regioni.

E allora che si compi questa macroregione settentrionale ma che il sud sia pronto al cambiamento avanzando delle proposte sue senza scimmiottare chicchessia.

 

Lascia un commento

You must be logged in to post a comment.